
Angelo D’Amato
Nato a Walestadt (Svizzera) il 28 aprile 1970, vive e lavora a Salerno. Ha studiato all'Accademia di Belle arti di Napoli sotto la guida di Gaetano Sgambati, Giorgio Di Genova, Adachiara Zevi. Insegna arte presso la scuola secondaria ed è tra i fondatori della galleria d'arte contemporanea "Civico 23". Da alcuni anni è redattore di una rivista in scatola, contenente opere di artisti nazionali ed internazionali, nata dall'omonima galleria di Salerno. Ha partecipato a numerose iniziative su tutto il territorio nazionale. Ha collaborato a diversi progetti espositivi in partnerschip con la galleria A60 e con l'esposizione annuale "Stella in Arte" di Stella Cilento (SA). Scrive articoli per la rivista online "Il vortice" e, occasionalmente, con altre riviste d'arte contemporanea (Lobodilattice). Il suo lavoro è indirizzato verso una ricerca semiotica dei linguaggi nell'ambito dei Visual Culture Studies.
Per una Logica del Dissenso
Vorrei aprire questo breve scritto dedicato alla quarta edizione dell’Annuario Cina Italia, di cui mi pregio di esserne parte, focalizzando l’attenzione su ciò che di assolutamente prioritario si crea tra l'opera e il suo fruitore. In questo rapporto si potrebbero definire diversi scenari atti a porre in evidenza quanto l'azione dello spettatore nei confronti dell'opera sia importante al fine di dare a quest'ultima un senso compiuto, sociale o estetico, oppure si potrebbe pensare che l'opera agisca in maniera perentoria nei confronti dell'osservatore guidandolo nella comprensione del messaggio in esso contenuto. Entrambe queste soluzioni, che sembrano conciliare le pretese dell'una rispetto a quelle dell'altra, spesso cadono in contraddizione, ovvero se da un lato si ha la "certezza" che il fruitore non abbia le capacità, i mezzi, per poter interpretare autonomamente quello che l'opera vuole trasmettere, dall'altro si è persuasi che l'unica via per comprendere un messaggio attraverso l'opera sia quello di attenersi pedissequamente alla vita e alle scelte che l'artista ha voluto condividere con il suo pubblico. Questa logica contraddittoria apre anche ad una terza soluzione che consiste nel considerare l'opera d'arte come entità autonoma i cui debiti di comprensione, sia nel fruitore quanto nell'artista, sono assolutamente marginali. Detto in termini diversi l'autonomia dell'opera potrebbe mettere tutti d'accordo, nella misura in cui ciascuno è a suo modo libero di interpretare ciò che vede, mentre l'artista, o ancor di più il critico d’arte, perderebbe ogni presunta "arroganza" a mostrare ciò che vuole che il fruitore veda e comprenda del suo lavoro. In realtà questo paradosso accade nel momento in cui l'opera, isolata dal suo contesto naturale che l'ha resa possibile, si rende disponibile ad essere reinterpretata. È ciò che si verifica all'interno di un museo, non a caso quando l'opera entra in uno spazio museale perde il diretto riferimento a quelle caratteristiche sociali che hanno fatto da sfondo alla sua possibile realizzazione, sottoponendosi al giudizio indeterminato dei visitatori. Tale considerazione, sebbene con esiti diversi, prende spunto da alcune affermazioni del filosofo francese Rancière che nel proporre l'uguaglianza delle intelligenze, ovvero la capacità dell'ignorante di porsi sullo stesso livello dell'intellettuale, libera lo spettatore "impreparato" da quelle convenzioni sociali che lo vedrebbero in minoranza rispetto ad un ordine collettivo prestabilito, ordine che vede coloro che sono "destinati" alla passività nei limiti delle loro competenze, rispetto a coloro che appaiono determinanti nella "conduzione" della cultura. Gli esiti di tale riscontro sono tutt’altro che marginali poiché fanno leva soprattutto su una domanda ancora oggi rimasta senza risposta, ovvero se l’arte, ed in particolare quella contemporanea, debba essere considerata tale solo se “per tutti”, senza distinzione di “classe” e, soprattutto, senza costituire un ostacolo alla reale comprensione del mondo. Unica arma di rivalsa per l'uomo "ignorante", è la “finzione” che non è da considerarsi nella sua accezione negativa ma rientra in una reinterpretazione del reale che lo sguardo attiverebbe all'interno di una logica del dissenso. Tale dissenso non appare come forma di ribellione nei confronti di uno stato sociale ma come cambiamento che si attuerebbe sul piano sensibile tra lo spettatore e le sue imprevedibili associazioni o dissociazioni: ciò che viene assegnato allo sguardo dello spettatore è la sua capacità ad aprire nuovi orizzonti di senso. Ma in questa logica qual è il posto assegnato all’artista? Spesso quest’ultimo è vittima del sistema che inevitabilmente ne condiziona anche la ricerca. Ed è qui che entra in gioco il ruolo importante dell’Annuario; nella logica del potere improntato a determinate scelte piuttosto che ad altre, l’Annuario è un sistema di logica del dissenso che come quella del fruitore vive in una esperienza libera dalle regole del mercato, alla ricerca di un contenuto autentico ed originale. Gli artisti in esso contenuti godono di un’esperienza senza precedenti poiché scelgono liberamente di sottoporre all’attenzione del comitato organizzativo, e successivamente del fruitore, i loro lavori senza alcun diretto condizionamento dettato dalle mode del momento. Sono opere (sarebbe impossibile elencarle tutte) che testimoniano della pluralità dei contenuti attraverso i quali esprimersi. Quello che salta agli occhi è sicuramente la capacità di ciascun artista proposto di possedere delle qualità tecniche e dunque espressive di sicuro impatto visivo. Citare queste qualità potrà sembrare scontato ma, vi assicuro, che rispetto a quello che si è costretti a vedere queste opere rappresentano di fatto un’eccezione.
Quindi ritornando al filo conduttore che ha animato questa breve presentazione mi sembra logico argomentare sul dissenso in un’ottica positiva. La libertà che lo sguardo del fruitore e quello dell’artista perseguono sono della stessa natura: da una parte chi guarda vuole essere libero di interpretare ciò che osserva indipendentemente da ciò che gli viene imposto di capire, dall’altra l’artista diventa deus ex machina di un processo che non gli appartiene perché interamente votato all’interpretazione degli altri. Entrambi questi “procedimenti” dissentono di un ordine che vuole, come ci informa Rancière, catalogare gli individui, cercando di renderli liberi dalle maglie del condizionamento sociale.