
Angelo D’Amato
Nato a Walestadt (Svizzera), vive e lavora a Salerno. Ha studiato all'Accademia di Belle arti di Napoli sotto la guida di Gaetano Sgambati, Giorgio Di Genova, Adachiara Zevi. Insegna arte presso la scuola secondaria ed è tra i fondatori della galleria d'arte contemporanea "Civico 23". Da alcuni anni è redattore di una rivista in scatola, contenente opere di artisti nazionali ed internazionali, nata dall'omonima galleria di Salerno. Ha partecipato a numerose iniziative su tutto il territorio nazionale. Ha collaborato a diversi progetti espositivi in partnerschip con la galleria A60 e con l'esposizione annuale "Stella in Arte" di Stella Cilento (SA). Scrive articoli per la rivista online "Il Vortice" e occasionalmente con altre riviste, tra cui le edizioni "Disvelare" e " La Fotonotizia", di quest'ultima cura anche la rubrica online "Parola all'Arte". Il suo lavoro è indirizzato verso una ricerca semiotica dei linguaggi nell'ambito dei Visual Culture Studies.
L’arte “al di qua” di ogni ragionevole dubbio
Il linguaggio sull’arte contemporanea sembra essersi “colorito”, soprattutto negli ultimi tempi, con termini altisonanti e frasi d’effetto. Curatori, critici, addetti ai lavori, non disdegnano discorsi che il più delle volte non lasciano spazio al lettore in merito a possibili critiche circa il contenuto di questo o quell’artista. Siamo letteralmente sommersi da “parole” la cui finalità non è quella di convincerci se siamo in presenza di un valido artista, ma semplicemente di “imporre” un linguaggio che si fa garante della “contemporaneità” di determinate opere. Da un articolo di Ugo Nespolo sul Sole 24 Ore, dedicato ad un saggio di Pier Aldo Rovatti “Dentro le parole”, vengono evidenziati alcuni termini che qui voglio brevemente indicare: “stare nel presente”, “apertura verso gli altri”, “dubbio”.
La convinzione in base alla quale un critico ritiene che una nuova proposta di un artista debba essere necessariamente condizionata dal presente è, diciamolo, assolutamente incoerente. Uno studioso, legato alla “teoria della forma”, come George Kubler ci ha indotti, già da tempo, a pensare che ogni innovazione in campo artistico è pur sempre una condizione derivata, almeno dal punto di vista espressivo, da una “serie” di soluzioni stilistiche già adottate in passato; infatti una soluzione formale ottenuta per sequenze è la risposta ad una serie di piccole variazioni che spesso ritornano a distanza di anni. La storia dell’arte ne è piena, a tal punto che bisognerebbe parlare di sequenze topologiche e non progressive, alludendo al fatto che l’evoluzione formale segue un andamento non tendenzialmente evolutivo ma “involutivo”, nei casi in cui si attinge al passato per ricontestualizzare alcuni aspetti stilistici nel presente, anche se in contesti “narrativi” diversi. C’è sempre qualcosa di anacronistico nelle nostre scelte, altra cosa è la qualità di queste scelte, ovvero la capacità di considerare un’opera interessante perché condivisibile dal punto di vista delle potenzialità che il linguaggio visivo mette in atto. L’altro termine, quello di “apertura” è naturalmente gravido di conseguenze, se, poniamo, lo consideriamo come opposto al termine “chiusura”, che indirettamente ci induce a pensare ad una sorta di smodato individualismo. Oggi anche l’arte soffre di una forma di solipsismo portata alle estreme conseguenze e l’individualismo, come atto estremo di isolamento, a cui l’artista sembra destinato, sicuramente non giova al “sistema dell’arte”, soprattutto se lo guardiamo in termini di ricerca e condivisione. Oramai l’arte di gruppo rimane un pallido ricordo di quelle avanguardie e neoavanguardie che hanno fatto del dibattito e della comunione d’intenti un valido strumento di opposizione ad un sistema politico e sociale incline al pensiero unico, indifferente ai cambiamenti in atto. Oltretutto se a tutto questo si vuole dare un connotato di carattere filosofico/ontologico basta accennare alla teoria dell’“individuazione” di Gilbert Simondon per comprendere quanto l’individualità sia una “costruzione” metastabile, che nasce dalla collettività, nella misura in cui si è già parte di una dimensione pre-individuale per cui tutti gli individui (io/noi) si “riconoscono” in base a comuni affetti, sensazioni, percezioni. Ultimo termine, ma non per questo meno importante, è il dubbio. Dubitare è la parola d’ordine che dovrebbe accompagnare ogni ricerca degna di questo nome. In particolare l’arte si genera nel dubbio, ancor più di ogni altra forma di conoscenza, perché ha in sé i caratteri dell’opacità, che potremmo tradurre in una naturale tendenza all’interpretazione. L’arte non ha un valore assoluto, sebbene lo ricerchi a coronamento della propria identità, poiché è parte di un linguaggio che nel tempo può mutare rispetto al contesto in cui si trova ad operare. Quanto detto finora mi sembra coerente nella scelta di alcuni artisti di rimanere liberi nonostante tutto. Liberi dall’essere vincolati dalle regole del sistema, liberi di potersi confrontare per migliorarsi, liberi di poter scegliere il linguaggio più vicino alla propria indole. La scelta di partecipare all’Annuario Cina/Italia sembra essere dettata da queste esigenze di libertà. L’Annuario è un crogiuolo di forme, tecniche, azioni, ma soprattutto è, mi verrebbe da dire, un non-luogo, poiché non decide di essere conformista, né tantomeno di imporre un unico linguaggio da seguire, come potrebbe essere un “luogo” in base al quale allinearsi. L’Annuario gioca sulla Differenza, fa di quest’ultima la propria ragion d’essere, si identifica in una co-azione come insieme di linguaggi diversi e, soprattutto, è conscia del fatto che l’arte non può generarsi attraverso una stabilità decisa a tavolino ma deve giocarsi sul piano dell’instabilità interpretativa e funzionale. Detto altrimenti l’arte, e a maggior ragione quella contemporanea, non si costruisce sulla base di un “al di là” ma di un “al di qua” di ogni ragionevole dubbio, ponendosi come spazio aleatorio di analisi e conquista espressiva e formale, all’unisono con l’incessante cambiamento dei tempi.