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Aleksandr Vladimirovich Nuss

Aleksandr Vladimirovich Nuss (nome d’origine Alessandro Cavicchioli) nasce a Saratov nel 1999. Dal 2001, come cittadino italiano, vive e lavora tra Modena e Bologna. Nel 2023 consegue il diploma di Biennio Specialistico in Arti Visive con menzione d’onore presso l’Accademia di Belle Arti di Bologna.

A partire dal 2022 la sua ricerca visiva si sviluppa attraverso un dialogo continuo e ravvicinato con l’immagine nella sua forma più essenziale, superando i limiti fisici del supporto. La sua pratica si fonda su un’attenta analisi del materiale su cui interviene, lavorando direttamente su carte stampate, spesso trovate e segnate dal tempo. Attraverso la carteggiatura dell’inchiostro osserva come i diversi materiali reagiscono alla cancellazione, utilizzando carta vetrata e spugne abrasive per indagare i processi di dissoluzione dell’immagine: dalla scomparsa totale alla perdita parziale, fino alla sopravvivenza di tracce residue.

Recentemente il suo lavoro è stato presentato nel progetto Libraries. Bildung Venice Intelligence, negli spazi del Padiglione Venezia alla XIX Biennale di Architettura di Venezia (10 maggio – 23 novembre 2025). Ha partecipato a mostre collettive presso Absent Gallery (Guangdong), Fortezza del Priamar (Savona), Fondazione Zucchelli (Bologna), Galerie Biesenbach (Colonia), Accademia di Belle Arti di Bologna, Fondazione CARISBO (Bologna) e Spazio Hub (Treviglio).

Le sue opere fanno parte di importanti collezioni istituzionali, tra cui Fondazione Zucchelli (Bologna) e Fondazione Musei Civici di Venezia – Galleria Internazionale d’Arte Moderna Ca’ Pesaro (Venezia).

Il mio incontro con Aleksandr Vladimirovich Nuss è avvenuto in modo casuale e libero, proprio come le sue opere. Quando ho visto per la prima volta il suo lavoro, ne sono rimasto profondamente colpito. L’opera Myse en Abyme presenta una struttura visiva che si colloca tra pittura, collage e intervento materico. Nuss non “dipinge” l’immagine nel senso tradizionale del termine; piuttosto, attraverso abrasioni, cancellazioni e trattamenti della superficie, lascia emergere l’immagine lentamente dalla stratificazione dei materiali. L’opera appare così come una superficie segnata dal tempo, una traccia visiva che sembra essere stata osservata, coperta e poi nuovamente rivelata.

La struttura centrale dell’opera ruota attorno all’idea di “immagine nell’immagine”. Il rettangolo al centro della composizione appare come uno schermo o come un’immagine incastonata, creando un chiaro rapporto gerarchico con lo spazio circostante. Questa struttura suggerisce una sorta di ricorsività visiva: ciò che vediamo non è una scena unica e stabile, ma un sistema di immagini che si replicano, si riflettono o si annidano l’una dentro l’altra. Il titolo Myse en Abyme allude proprio a questo processo, in cui l’immagine si ripete e riecheggia al proprio interno.

Per Nuss, il trattamento della superficie rappresenta il linguaggio principale dell’opera. Utilizzando carta abrasiva per consumare lo strato stampato dei manifesti, l’artista cancella parzialmente l’immagine originaria, lasciando emergere soltanto frammenti di colore e forma. Pennellate bianche e morbide generano movimenti vorticosi sulla superficie, come se l’immagine fosse allo stesso tempo dissolta e rigenerata. L’immagine stampata originale diventa così indistinta, simile a un ricordo che viene continuamente modificato e riscritto.

Questo intervento materico introduce una forte dimensione temporale. L’immagine sembra aver attraversato molteplici fasi di uso e sovrapposizione: alcune zone mantengono ancora strutture relativamente chiare, mentre altre sono state cancellate fino a diventare fasce cromatiche sfumate. L’atto di osservare si trasforma quindi in una sorta di lettura archeologica, in cui lo spettatore cerca di riconoscere le tracce residue tra i diversi strati dell’immagine.

Anche lo spazio costruito da Nuss appare volutamente ambiguo. La composizione può essere percepita sia come un interno sia come un campo visivo completamente astratto. Le forme appena percepibili nell’angolo inferiore sinistro, il rettangolo centrale e i contorni sfumati sulla destra generano una prospettiva instabile. Lo spazio sembra piegarsi e dispiegarsi continuamente, come se fosse il risultato di riflessi infiniti tra superfici specchianti.

Sulla superficie apparentemente statica dell’opera di Nuss, sguardo, memoria e materia si intrecciano costantemente. L’immagine non è più un oggetto definito, ma diventa un processo in continua evoluzione: un’eco visiva che si genera attraverso riflessi successivi e che, allo stesso tempo, suggerisce una metafora dell’esperienza umana.





MYSE EN ABYME
Pigmenti su carta abrasiva applicata su abrasioni su poster, cm 68 x 48.5, 2025
Testo di Pengpeng Wang

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