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Damiano Fasso

Damiano Fasso, è un artista visivo la cui ricerca attraversa pittura, installazione, video e arte digitale. Dopo la laurea in Lettere presso l’Università Cattolica di Brescia e il diploma all’Accademia di Belle Arti di Venezia, ha sviluppato una pratica che fonde linguaggi pop, riferimenti alla cultura digitale e tecnologie emergenti, esplorando in maniera critica la percezione dell’immagine e le contraddizioni della società contemporanea.

Già nel 2001 ha partecipato alla 49ª Biennale di Venezia in un progetto collaterale, e da allora il suo lavoro è stato esposto in musei, spazi istituzionali e piattaforme internazionali in Europa, negli Stati Uniti e in Asia: tra i suoi progetti più recenti nel 2021 ha esposto al Museo di Arte Orientale di Venezia in una mostra personale; nel 2023 e 2024 la sua arte digitale è stata esposta sui maxischermi a Times Square (NY), Seoul e Miami; nel 2025 è stato invitato al Museo Nazionale Collezione Salce di Treviso e al Ministero per le Imprese e il Made in Italy a Roma. Nel 2026 ha esposto al Museo Archeologico degli Ipogei a Trinitapoli. 

I suoi lavori sono presenti in collezioni pubbliche e private, tra cui la Fondazione Venezia per la Ricerca sulla Pace, il Museo Nazionale Collezione Salce e la Fondazione VideoInsight. 

L’opera Phantasmagoria Pacis costruisce uno spazio visivo complesso attraverso un linguaggio di collage rapido e stratificato, in cui alcuni simboli del consumo, immagini storiche e cultura digitale si intrecciano continuamente. L’opera non propone una narrazione univoca della “pace”, ma genera un universo visivo fatto di sovrapposizioni e collisioni iconografiche, invitando lo spettatore a riflettere sulla complessità e sull’ambiguità del concetto di pace nella società contemporanea.

All’interno dell’immagine compaiono numerosi segni provenienti dalla cultura popolare e dalla società dei consumi: ciambelle, hamburger, dollari, carrelli della spesa, icone dei social media e volti stilizzati simili a emoji. Questi elementi emergono con colori vivaci ed enfatizzati, richiamando l’estetica seducente della pubblicità e creando una superficie visiva apparentemente leggera e giocosa. Tuttavia questa atmosfera di apparente felicità viene rapidamente incrinata da un secondo livello semantico: dati statistici sulla guerra, numeri relativi ai rifugiati e immagini di maschere simbolo di violenza si inseriscono nella composizione, producendo un contrasto netto tra l’edonismo del consumismo e la realtà dei conflitti globali.

Uno degli elementi più simbolici dell’opera è la giustapposizione tra figure religiose o mitologiche tradizionali e grafici informativi contemporanei. Volti simili a divinità sono collocati tra motivi floreali e decorativi, ma allo stesso tempo circondati da annotazioni e statistiche relative alla guerra. Questa struttura visiva destabilizza il significato originario delle immagini sacre, trasformandole in parte integrante del flusso informativo contemporaneo. In tal modo l’opera suggerisce che, nell’era digitale, mito, storia e realtà vengono compressi all’interno di un unico sistema di immagini.

Un altro elemento fondamentale del lavoro è l’impiego di immagini generate dall’intelligenza artificiale. Queste immagini presentano spesso una qualità visiva eccessivamente perfetta, ma allo stesso tempo rivelano una sottile sensazione di artificio. Questa ambivalenza tra familiarità e estraneità contribuisce a creare un universo visivo simile a una illusione in costante trasformazione. Le immagini non seguono una narrazione lineare, ma scorrono come un flusso algoritmico: simboli che si moltiplicano, si deformano e si ricombinano continuamente.

All’interno di questa struttura visiva e simbolica, la pace non appare più come un obiettivo stabile, ma piuttosto come una rappresentazione costruita. Immagini di consumo, cultura dell’intrattenimento e realtà della guerra coesistono nello stesso spazio visivo, rivelando come, in una società fortemente mediatizzata, l’immagine della pace venga spesso confezionata, diffusa e consumata, mentre i conflitti reali rimangono nascosti dietro tali immagini.

In questa rete iconografica, intrattenimento, consumo, religione, guerra e dati si intrecciano fino a formare un paesaggio visivo al tempo stesso seducente e inquietante. L’opera non si limita a chiedere “che cos’è la pace”, ma pone una domanda più radicale: quando la pace diventa un’immagine prodotta e diffusa da parte dei media, cosa stiamo realmente guardando?





PHANTASMAGORIA PACIS
Pittura digitale, intelligenza artificiale, animazione, sonoro, 04’03”, 2024-2025
Testo di Pengpeng Wang

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